Un cinema o forse piĆ¹.

DICEMBRE

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FRANCE

di Bruno Dumont

FRANCE

Un film di
Bruno Dumont

Con
Léa Seydoux, Blanche Gardin, Benjamin Biolay, Emanuele Arioli, Juliane Köhler

Genere
Commedia

Durata
133'

FRANCE

France de Meurs è una stella del giornalismo che brilla su un canale di informazione e nei reportage sul Medioriente. Priva di scrupoli e di qualsiasi valore deontologico, gestisce la sua famiglia come la sua équipe, con cinismo e menefreghismo. Ma un giorno tampona Baptiste, un povero diavolo che fa consegne a domicilio, e il suo piccolo circo mediatico collassa. La depressione è dietro l'angolo, il congedo pure. France ripiega su una clinica privata e progetta la redenzione davanti alle montagne svizzere e tra le braccia di un amante occasionale.

In concorso al 74° Festival di Cannes, è uno scorcio sul dietro le quinte dei media moderni, per svelare come si costruisce il loro sedicente reale, rappresentando i  "trucchi" in tutta la loro artificialità, come evidenzia la prima scena, in cui France, insieme a molti altri colleghi, intervista il presidente Emmanuel Macron, che compare in un esplicito green screen che lo separa nettamente dal contesto. Imbevuto di questa commistione tra vero e falso, narra la parabola di una figura femminile a cui non è concesso avere una dimensione privata, un’immagine che non sia quella riflessa sullo schermo, per cui diventa impossibile capire l’autenticità delle lacrime che concede alla telecamera, mentre lei cerca disperatamente un frangente in cui versarne una fuori dallo sguardo altrui. "Tutti dalla mia immagine traggono elementi che non mi appartengono: vorrei essere trasparente", confida alla sua terapista. E ponendosi dunque come una riflessione sull'azione dell’occhio della stessa macchina da presa, che filmandone il volto ne cerca di catturare le emozioni: sovente l’inquadratura si sofferma sui suoi primi piani, per diversi secondi accompagnata da melodie elettroniche, con un forte effetto di straniamento, fino a quando lei stessa guarda in macchina, interrogandolo e interrogandoci.Bruno Dumont realizza un’opera la cui confezione, solo in apparenza tradizionale, viene filtrata da quel senso del grottesco e da quella satira della società che ha caratterizzato i suoi ultimi lavori (“Ma Loute" e la serie "P’tit Quinquin"), riversato qui verso tutti i suoi strati. (Luca Sottimano, ondacinema.it)